Intervista di approfondimento all’artista veneta, al momento impegnata sul progetto #lasciamiandare
Quando è arrivata l’ispirazione di diventare artista? Riguarda l’incontro con la gallerista Antonina Zaru o prima?
«Quantomeno nel mio caso, essere artista non è frutto di ispirazione, è l’ispirazione a essere generata da una personalità artistica. Credo di essere nata con questo bisogno di creare, che è ispirazione ma anche azione, che unite assieme diventano creatività. Questo è l’aspetto pratico, che sta al servizio di un’idea, una sensazione o una tematica per comunicarla in un modo nuovo e personale. Antonina Zaru, la prima figura del mondo dell’arte a credere in me, ha avuto il merito di aiutarmi a trasformare quello che era una passione in una professione, grazie alla sua esperienza internazionale nel contemporaneo».
Nella tua biografia dichiari che ha contato più la laurea in scienze statistiche e gli anni passati all’interno di un grande gruppo industriale più dell’esperienza dell’istituto d’arte: perché?
«Il mio percorso scolastico è stato specchio delle mie due anime, la tensione verso l’arte e il pragmatismo di famiglia. I miei studi superiori sono stati a indirizzo artistico ma, come talvolta accade con gli artisti, la propensione a eseguire i compiti con la mia visione, anziché quella trasmessa dagli insegnanti, mi ha fruttato una lunga collezione di brutti voti. Data la giovane età conclusi che non fossi fatta per quell’indirizzo e scelsi di perseguire gli studi in direzione apparentemente opposta, verso la matematica e la statistica. In realtà, a livelli avanzati la matematica è ambito di grande spazio creativo.
Una volta laureata in Scienze Statistiche mi sono impiegata in ambito industriale. Ho sempre continuato a fare arte nel tempo libero, mentre in quell’ambiente fatto di riunioni interminabili e rapporti manageriali, non certo il mio ideale, imparavo aspetti organizzativi oggi imprescindibili per un qualsiasi artista. É stata un’esperienza di cinque anni, tanto impegnativa quanto formativa, che comunque raccomanderei a chiunque volesse fare di una passione una professione».
La tua ricerca artistica comincia con l’interesse per la matericità. Come avviene il passaggio allo stile figurativo e alla “pittura digitale” e (per citarti) che “fame” appaga?
«Ho cominciato in effetti dagli astratti materici, quasi degli studi sulle interazioni di materiali e cromie diversi tra loro. Progressivamente ho conquistato la figurazione, partendo dai volti, attraverso i corpi fino alla rappresentazione di scene e situazioni. Da qui, ho continuato questa traiettoria visiva uscendo dal quadro e approdando via via all’installazione, alla fotografia e poi alla performance.
Potrà sembrare paradossale, ma il passaggio tra media molto diversi è sempre dettato da una incapacità. Ogni artista sperimenta dei momenti di stasi, carenza creativa, o noia per quel che continua a riproporre. Restare fermi? Non mi appartiene, non posso. Perciò a ogni blocco creativo ho sempre risposto con un cambio radicale, di stile o medium, per innescare una creatività che certo è un dono, ma va coltivata ed esercitata con continuità, pena il suo avvizzimento fino anche alla scomparsa.
Nel mio modo di lavorare inoltre, ogni serie di opere scaturisce da uno specifico progetto su di un preciso tema e quando quella narrazione si completa mi è naturale pensare al progetto successivo in altra veste, conforme alla diversa tematica».
“Art only represents ourselves”: cos’è per te l’arte? E che bisogno soddisfa?
«A livello personale fare arte ha un’importanza totale, che assume i connotati della necessità: sento il bisogno di creare, di trovare attraverso quel fare il senso di quel che accade e di quel che provo. Credo che nulla meglio dell’arte racconti all’umanità cosa essa sia, l’effetto di un’opera d’arte è sempre psicologico, se è buona arte va oltre, può diventare addirittura salvifico».
Nelle tue creazioni c’è sempre focus sulla figura umana: perché?
«La mia ricerca è incentrata sulla psicologia e le nevrosi dell’individuo contemporaneo; l’intenzione è rendere visibile ciò che quotidianamente viene seppellito nell’inconscio, gli indugi, le manchevolezze, le capacità o le incapacità, le vie e i modi di compromesso, l’assunzione o la non assunzione dei rischi e delle responsabilità della vita da parte di ognuno di noi. Viviamo pienamente nell’età della tecnica, che può ormai rispondere a quasi tutti i bisogni e le domande sul mondo, ma ancora oggi solo l’arte sa dare risposte sull’intimità emotiva e psicologica umana».
Rispetto alle tue opere si è detto che “l’osservatore assume quasi una posizione di interprete psicoanalitico”. Cosa ti interessa più rappresentare?
«Ho sempre ambito a realizzare opere-strumento, che fossero in grado di stimolare l’introspezione, l’ascolto della propria personalità. L’individualismo contemporaneo racconta i trionfi sociali ed economici della persona, ma porta con sé un carico di insicurezze e nevrosi neglette. La mia arte indaga, rappresenta e quindi si fa strumento per affrontare ciò che per lo più si fugge: la solitudine del confronto con sé stessi».
A cosa stai lavorando in questo momento e che tappa rappresenta nel tuo percorso?
«Attualmente sto lavorando a questo progetto straordinario, #lasciamiandare. Siamo alla quinta tappa di un percorso iniziato nel 2021, composto principalmente di videoperformances e installazioni che raffigurano le dinamiche psicologiche emblematiche della dipendenza affettiva: #lasciamiandare racconta della progressiva riconquista del proprio giudizio, della corretta prospettiva di sé e del mondo, alla fine di una relazione tossica. L’appuntamento di Taranto è realizzato per iniziativa del Centro antiviolenza Sostegno Donna, che ha ritrovato nella mostra il concetto di consapevolezza: infatti, il rendere visibile, o meglio «sensibile» quel che attraversa un individuo prostrato dalla strategica violenza interpersonale, è in #lasciamiandare il racconto del cammino d’uscita, il risveglio e la dolorosa, progressiva riconquista del proprio giudizio e corretta prospettiva di sé e del mondo.
#lasciamiandare arriva dunque a Taranto per sensibilizzare il pubblico, ma anche per «avvisarlo»: la liquida dissimulazione tipica di queste psicopatie le rende molto mimetiche, spesso addirittura premianti nell’attuale società dell’individualismo amorale.
È un progetto a cui tengo molto dal punto di vista personale, l’incontro con le straordinarie donne di Taranto assistite dall’associazione ha reso ancor più pressante in me la volontà di mettermi al servizio dell’importante opera di sensibilizzazione portata avanti dai centri antiviolenza di tutta Italia, riuniti nella rete D.i.Re.
Vorrei quindi invitare altre realtà di questo tipo a contattarmi per portare questa iniziativa nel maggior numero di città possibile, così come già previsto per Vicenza l’anno prossimo, questa volta in collaborazione con Donna Chiama Donna».
©Luca Cecchelli
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